Aids, i nuovi colori del sesso
Il primo dicembre 1981 veniva diagnosticato il primo caso di Aids. Da allora il sesso ha cambiato colore. La giornata mondiale contro l’Aids si riempie di simboli, accanto al classico nastro rosso, gli artisti propongono i guanti gialli. A Venezia tre artisti rilanciano il movimento Act Up (acronimo per Aids Coalition to Unleash Power, in italiano: coalizione per scatenare il potere). Sui manifesti, opera dell’illustratrice Elena Xausa, l’immagine stilizzata di due guanti gialli, sugli adesivi un triangolo rosa in campo nero e la scritta: silenzio = morte. I guanti gialli sono un elemento fortemente simbolico nella storia dell’Act Up, erano indossati nel 1978 dai poliziotti che presidiavano le prime manifestazioni di protesta per evitare il contagio con i manifestanti sieropositivi.
Secondo l’Oms, le persone affette dall’Hiv nel mondo sono circa 33 milioni. In Italia il fenomeno è in aumento, attualmente sono 180 mila le persone Hiv positive, di cui circa 22 mila con Aids conclamato, ma un sieropositivo su quattro non sa di essere infetto. Addirittura il 60 per cento ha fatto il test quando ormai la malattia era divenuta effettiva. Questo significa rendere inutili i farmaci antiretrovirali che possono impedire per lunghi anni il passaggio dalla sieropositività all’Aids conclamato ma significa anche meno attenzione durante i rapporti sessuali.
Il ministero della Salute lancia la campagna “Fai il test!” con uno spot che vede Valerio Mastrandrea e la regia di Ferzan Ozpetek. A Roma, per tutta la giornata del primo dicembre
i medici e gli infermieri del Poliambulatorio dell’Istituto Nazionale Malattie Infettive L. Spallanzani, in via Portuense, 292, saranno a disposizione dei cittadini dalle 8 alle 20 per offrire la possibilità di effettuare il test HIV, consulenza, informazioni sulla malattia e sulle corrette misure di prevenzione.
Gli esperti avvertono che fare il test per l’HIV è un gesto di responsabilità individuale e collettiva, di tutela della propria e dell’altrui salute, di consapevolezza dell’importanza di prendersi costantemente cura della propria persona modificando, se necessario, i comportamenti a rischio.
Notizie positive arrivano invece dalla flagellata Africa. Secondo i numeri diffusi dal National Hiv Survey, redatto dal governo del Sudafrica, si ferma la corsa del contagio. Un’altra buona notizia la rende nota l’Oms: nel 2009, oltre quattro milioni di sieropositivi nei paesi poveri hanno avuto accesso alle terapie antivirali, un milione in più che nel 2008. Ma secondo gli esperti, per vincere la guerra servono 40 miliardi di dollari dai paesi ricchi. Il Global fund ha speso dal 2005 a oggi 20 miliardi di dollari per mandare farmaci nel Sud del mondo e altrettanti li ha spesi il Pepfar, il programma di lotta all’Aids degli Stati Uniti. I risultati sono diventati sempre più tangibili man mano che donne malate, ma curate, mettevano al mondo bambini liberi dall’Hiv.
Tuttavia, anche oggi come ogni giorno, 1500 bambini contrarranno il virus. Si tratta soprattutto di neonati contagiati dalla mamma durante la gravidanza o alla nascita. In queste situazioni di estremo disagio, la metà dei bambini muore prima di aver compiuto due anni per l’impossibilità d’accesso alle cure adeguate. Sono due milioni la popolazione contagiata sotto i 15 anni. Per la maggior parte di loro non c’è futuro.
Se da un lato, tuttavia, è vero che l’accesso alle cure è aumentato, dall’altro c’è chi denuncia che in Africa arrivino solo i farmaci desueti e più deboli e che gli aiutiprevisrti per il prossimo anno siano diminuiti. Questo cela nuovi spettri. Il rischio, del quale avvertono numerosi scienziati, è che come con la Tubercolosi, dall’Africa arrivi un nuovo virus Hiv, mutato e più forte, fatto di agenti patogeni resi ormai super-resistenti dalle terapie più deboli o sbagliate. Bisogna salire di qualità e mettere a disposizione dei poveri terapie migliori”, spiega Stefano Vella, già presidente dell’International Aids Society e membro del Global Fund: “Dobbiamo fare le cose per bene, partendo dal monitoraggio che permette di capire se un paziente risponde alla terapia ed evitare di trattarlo comunque magari inducendo resistenze. Continuando con la somministrazione di farmaci più potenti, come quelli che abbiamo a disposizione nel nostro mondo”. Certo è che per far questo serviranno 40 miliardi di dollari in tre anni.
Vittoria Iacovella
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