Vittoria Iacovella



Copenhagen aspetta e i leader danno i numeri

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c01120907Copenhagen è lì che aspetta e si prepara ad accogliere i grandi che salveranno la Terra. La strada che porta alla capitale danese, però, sembra più una campagna di marketing che una seria contrattazione diplomatica. In questi ultimi dieci giorni si è passati dalla fiducia alla delusione, dall’esaltazione alla disillusione. Tutti legati ai numeri annunciati dai premier.

Innanzi tutto ci sono quelli dell’Europa che si è già vincolata per ridurre le sue emissioni del 20% rispetto a quelle del 1990 entro i 2020. Quota che però può arrivare al 30% se sostenuta da un accordo internazionale.

Gli Usa, dopo aver annunciato nel G2 di Pechino che quello di Copenhagen sarebbe stato un mezzo fallimento, propongono un taglio del 17% al 2020. Un truchetto da esperti di marketing, fatto per avere buoni titoli sui giornali. Il 17% rispetto al 2005, se riferito al 1990 (come chiede l’Onu) diventa un risecato 4%. C’è anche da sottolineare che Obama sarà a Copenhagen il 9 dicembre, mentre la maggior parte dei leader si incontrerà al vertice nei giorni tra il 16 e il 18, date in cui verranno effettivamente discussi gli accordi.

La Cina, da parte sua, essendo un paese in via di sviluppo, propone una riduzione dell’aumento delle emissioni collegandola alla crescita del Pil. Lancia quindi la sua offerta per un aumento dell’efficienza energetica del 40% rispetto al 2005 entro il 2020.

Il governo danese prepara una bozza che prevede l’abbattimento dell’80% entro il lontano 2050 ma l’India risponde che non è disposta ad acordi vincolanti sui tagli.

In tutto questo traffico di cifre e di conteggi poco uniformi fra loro, un dato è evidente: le posizioni espresse dai due paesi maggiori emettitori di CO2 al mondo, Usa e Cina, sono assolutamente distanti dalle richieste degli scienziati che chiedono misure reali per salvare il Pianeta, limitando l’innalzamento della temperatura sotto i 2 gradi.

La commissione intergovernativa dell’Onu sul cambiamento climatico avverte che le soluzioni proposte, oltre che essere urgenti, non eviteranno i danni ma riusciranno almeno a limitarli. Il segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, continua a lavorare perché a Copenhagen siano approvati alcuni punti essenziali: obiettivi vincolanti di riduzione di CO2 per i paesi sviluppati, finanziamenti ai paesi in via di sviluppo per l’innovazione ambientale e regole globali che garantiscano il rispetto degli impegni che gli stati sottoscriveranno.

La capitale della Danimarca, nel frattempo, si prepara ad accogliere non solo i leader ma anche le decine di  migliaia di attivisti che a dicembre la invaderanno. Chiedono di salvare il pianeta dal tracollo annunciato dalla scienza. Il loro slogan è “Se il clima fosse una banca lo avreste già salvato”. Una massa nuova, evoluta rispetto al popolo di Seattle, forse più matura ma non meno creativa. Sottolineano che le vittime del clima sono milioni e, secondo le previsioni scientifiche, aumenteranno diventando miccia di nuovi conflitti. I loro occhi sono puntati soprattutto su Obama che negli stessi giorni sarà in Scandinavia per ritirare il premio Nobel per la Pace.

Ieri nell’aeroporto di Copenhagen sono apparsi cartelloni pubblicitari con le facce invecchiate dei leader del mondo e la scritta “Mi dispiace. Potevamo fermare gli effetti catastrofici dei cambiamenti climatici…non l’abbiamo fatto”. Artefice Greenpeace.

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Scritto da vittoria iacovella

2 dicembre 2009 alle 2:02 pm

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Tema Journalist adattato da sabkuntz AT gmail.com